Italia Svezia, un anno dopo. Io me la ricordo così e il Punto Zero ancora non finisce.

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Italia Svezia, un anno dopo. Io me la ricordo così. Impressioni, sensazioni, ricordi e rimpianti della grande disfatta che non ci portò ai Mondiali.

Rubrica di Nicola Galloro
L’Italia esattamente il 13 novembre 2017 fu eliminata dalla Svezia. E’ una ricorrenza insolita in particolare, però viene spontaneo rivivere quella giornata. Quell’esperienza io la ricordo così. Era un lunedì. Erano tante le nubi prima della partita, non a livello climatico quanto di sensazioni, di palpitazioni. Eravamo reduci dall’insuccesso di Solna, dal gol di Johansson che era andato a rete dopo cinque minuti dal suo ingresso.
Io ricordo la vigilia immediata di Italia Svezia. Milano. San Siro, 80.000, tutti per una notte convintamente italiani. Tutti con Ventura, tutti col gruppo di Ventura perché era impensabile un’Italia fuori, quantomeno dalla fase a gironi di un Mondiale, perché si ricordava, ma nelle generazioni troppo lontane, i
reduci di quella esperienza della briscola del 1958.
Ebbene ricordo l’ingresso in campo delle squadre. La paura, perché era chiaro si diceva, e ripeto era un lunedì, che per quanto si sia potuti perdere in Svezia, un paio di gol ai non trascendentali svedesi si rifilano. Però questa affermazione non era suffragata da alcun dato certo. Anzi subito dopo venivano gli interrogativi di timore. “E se la Svezia dovesse segnare un gol in
trasferta?”. Questo obbligava e avrebbe obbligato l’Italia a realizzarne almeno tre.
Poi la partita. Novanta minuti. Quante speranze abbiamo riposto in ogni singola giocata. E quante
paure nel momento in cui vi furono un paio di falli di mano da parte dei nostri fortunatamente non visti dal direttore di gara. C’è anche un rigore per Parolo. Le opportunità. Io ricordo Immobile non riuscire a segnare. Passavano i minuti, passa il primo tempo. Si esauriva la prima frazione. Comunque vi era una sorta di mistero, anche di incredulità. Si sperava che prima o poi l’episodio potesse arrivare a correggerea in qualche modo il l’atteggiamento da ragioniere della nostra Nazionale. Perchè limitare l’esposizione difensiva, non subire gol, sperare di portarsi in vantaggio Poi magari anche di raddoppiare.
Quanti sogni. Quante illusioni.
Il ricordo nell’intervallo, raccontando la partita per la mia emittente, dove cominciava a subentrare davvero un po di trepidazione. Perché quella certezza così sospesa, librante nell’aria, e quindi la vittoria facile contro gli svedesi, non era più così solida. Anzi la penuria offensiva dell’Italia delle precedenti partite di qualificazione non autorizzava ovviamente considerazioni così ottimistiche.
Nella ripresa poi un’Italia nevrotica anzi nevrastenica. La ricerca spasmodica dell’angolo.
L’opportunità della girata di Florenzi di poco a lato.
La palla che non sarebbe comunque entrata perché era destino. Era così scritto che forse dovevamo pagare, non tanto le nostre decisioni tecniche, quanto un movimento calcistico italiano che poi progressivamente si è avvicinato ad una sorta di baratro.
L’ultimo calcio d’angolo di Florenzi alla bandierina alla sinistra del portiere svedese. La palla collocata nella rada. Anche Buffon in area.
Fu quella davvero l’ultima palla. La radiocronaca, in commento con la voce bassa perché si stava per verificare un’antologia sportiva.
Il calcio d’angolo di Florenzi. La respinta svedese. Poi il triplice fischio dell’arbitro.
Il 13 novembre nel 2017 l’Italia ha toccato il punto più basso della propria storia calcistica.

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