SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE. Ovvero come si scrive di moda.
Pubblichiamo l’articolo della fashion blogger Elisa Bellino sullo Status Symbol oggi.

Si ringrazia Elisa Bellino e il suo blog THELADYCRACY per l’uso dell’articolo per la pagina fashion COFFEE BAG su italianomediojournal.it

Lo status symbol nell’età del transitorio. Ecco perchè è un concetto che non esiste più.

La domanda è questa: ha ancora senso oggi parlare di status symbol in riferimento ai nostri oggetti di consumo?

Siano questi una macchina, un orologio, un paio di scarpe o una borsa, lo scenario che si presenta è molto diverso rispetto a quel tempo (non poi così remoto) in cui l’acquisto di determinati beni, costosi, rari o esclusivi, corrispondeva (quasi sempre) al raggiungimento di uno status sociale di potere del possessore.

Oggi, infatti, un dodicenne sgallettato potrebbe facilmente concorrere con voi nell’acquisto di una sneakers o di un marsupio firmato Gucci, Balenciaga o Louis Vuitton. In tal caso, potreste quindi,  essere voi stessi, a sentirvi in dovere di scansare la malaugurata eventualità di finire etichettati come sguaiati attivisti di qualche baby gang suburbana praticando l’ascetismo dal lusso contemporaneo.

Se vogliamo proprio essere sinceri, infatti, le uniche compagnie che ancora tentano e riescono a smarcarsi dai barbarici effetti della democratizzazione del lusso sono Hermès, Chanel e in parte Dior.

Purtroppo, infatti, quasi tutto l‘heritage che apparteneva alle più grandi Maison e le rendeva inavvicinabili alla massa è stato ampiamente razziato dai vari strateghi del marketing, a colpi di semplificazione, spettacolo e banalità.

In poche parole, la maggior parte del lusso contemporaneo non riesce più a generare valore e così facendo oltre ad essere facilmente sostituibile, succede che i marchi diventano intercambiabili, poiché appiattiti in un’unico orizzonte di simboli tanto facilmente riproducibile, quando suscettibile alla dimenticanza.

“Senza metafore, infatti, la Moda è poca cosa, non è che abbigliamento.”
                                                                             Quirino Conti

 

Abloh ha detto che gli occorrono 10 minuti per inventare molti dei suoi progetti,

ad un consumatore ne occorrono solo 5 per aggiudicarsi un bene di “lusso” e solo un mese per rimpiazzarlo con qualcosa di più “cool”.

L’eternità, lascia il posto alla tirannia del momento

Nella nostra temporalità “puntillistica” * (Bauman), dove ogni istante promette infinite possibilità di cambiamento di identità, l’eternità sembra non essere più una qualità da ricercare, poiché sostituita dall’importanza del momento.  Ecco perché anche una creatività spicciola e ingiustificabilmente costosa riesce a bastare e avanzare a se stessa, se sostenuta da una poderosa macchina della popolarità in grado di innalzarla ad “arte”.

Oggi l’attrattiva di un’identità su cui vengono cuciti ornamenti acquistati aumenta in proporzione all’aumentare del denaro speso.*

Nella distopia generica creata nell’ipertempo,

sembra tornare buono il concetto “readymade” di Duchamp (1917), conosciuto come il papà di quell’arte concettuale che eleva l’oggetto comune ad opera d’arte, annullando così la distinzione tra realtà e illusione. Alla base di questo approccio, quindi, l’idea che ciò che rende l’oggetto comune e banale un’opera d’arte sia proprio il riconoscimento da parte del pubblico del ruolo dell’artista.

Rimane sempre da chiarire, se a questi “geni” della piazza Instagram, sia davvero imputabile il ruolo di artisti, perché semmai un giorno qualcuno dimostrasse il contrario, non sarebbero pochi gli Imperi a cadere.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here