FESTA DEL CINEMA DI ROMA: Dicotomia tra etica religiosa e omosessualità, tra il libero arbitrio e l’obbedienza.
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Rubrica  cinema di Roberta Todaro
Buongiorno e ben ritrovati, oggi voglio parlare con voi di due film usciti in questi giorni che hanno molti punti in comune. Boy erased (che ho potuto vedere alla Festa del Cinema di Roma e di cui vi avevo già accennato due articoli fa. E Disobedience uscito nelle sale italiane il 25 ottobre.
Entrambi i film trattano, seppur in modi differenti, lo stesso argomento: la complicata dicotomia tra etica religiosa e omosessualità. La difficile scelta di essere se stessi uscendo dalle convinzioni e costrizioni religiose, continuando a credere profondamente.
(Vedi tutte le sezioni della FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2018)

Disobedience

di Sebastián Lelio 
Usa, Gran Bretagna, Irlanda, 2017, 114′
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Locandina del film Disobedience
Il film è stato presentato al Toronto International Film Festival nel 2017.
Il film, a mio parere troppo trattenuto e a volte soffocante, è il racconto universale di un contrasto che esiste fin dai tempi delle amate sacre scritture. Fra libertà e obbedienza.
Il regista ci parla di quella zona di confine, spesso oscura e difficile da comprendere e da vivere, in cui l’amore e l’amicizia si mescolano alla sessualità e al coinvolgimento del corpo, allo scambio dei fluidi e alla vertigine dei sensi.
Se in questa zona intervengono poi la fede, il dovere, il rispetto per le regole e il senso di appartenenza a una comunità come fattori confinanti la libertà personale, le cose si complicano ulteriormente.
Come già nel precedente film Una donna fantastica, con cui vinse l’Oscar nel 2018, lo spazio che il regista cileno crea intorno ai suoi personaggi è rigidamente organizzato.
Linee che si incrociano, strade, vie, muri e scale, corridoi e piani che sistemano, collocano, inquadrano il reale come fa la stessa Ronit guardando nel mirino della sua reflex.
Ronit ha lasciato la comunità ebrea ortodossa di Londra anni prima per trasferirsi a New York e vivere liberamente la sua vita. Non senza costi. Ritorna in Inghilterra per la morte del proprio padre, il rabbino capo.  E qui ritrova i suoi due amici del cuore, Dovid, il pupillo del padre da sempre innamorato di lei, e Etsi, ora diventata la moglie del giovane rabbino, che si rivela essere il suo amore giovanile.
Di tutto questo Lelio, non racconta nulla o quasi, preferendo lasciar emergere le cose attraverso i personaggi che, con la mimica, le intenzioni dei gesti, le interazioni degli sguardi costantemente giocati sulla sfumatura, sul dettaglio, sulla suggestione, compongono il quadro della storia.
Il regista confida tutto agli attori, a uno sguardo di traverso di Ronit, a un minuscolo sorriso che si accenna sulle labbra di Etsi, al compassato ma inquieto silenzio di Dovid, tutto il potenziale deflagrante del non detto.
L’esplicito resta fuori campo, come nella scena di sesso tra Ronit ed Etsi, intensa, sensuale, eppure suggerita con i corpi delle due donne quasi mai inquadrati per intero. Mai nudi per davvero.
Ma ci sono anche brevi momenti in cui le cose si esplicitano, sempre in modo poetico, quasi come fossero metafore.
Come nei due monologhi dei rabbini, due orazioni tenute davanti alla comunità ma anche due testi che dialogano tra loro. Nel primo il padre di Ronit, prima di essere colto dal malore che lo ucciderà, sottolinea cosa posiziona l’uomo a mezza via tra gli angeli e le bestie. Il potere della scelta che, dice, è al contempo un privilegio e un fardello. Nel secondo invece, è il giovane rabbino a parlare davanti alla stessa comunità. Inquadrato con camera a mano, con la regia che ne enfatizza tutta l’incertezza e l’improvvisa difficoltà, avvicinandosi al viso inquieto e poi allontanandosi subito.
Dovit prende la scena citando il discorso dell’anziano predecessore ma spostando la cifra che caratterizza la libertà di scelta dal dovere alla tenerezza. Nelle sue parole che legittimano l’atto più giusto e umano che ogni individuo possa compiere verso se stesso: il libero arbitrio, la libertà di scegliere.
La scena più bella rimane, a parer mio, quella in cui le due ragazze, finalmente sole, in una casa vuota, muovono la testa all’unisono, in silenzio, senza neppure guardarsi, ma abbandonandosi al ritmo di Lovesong dei Cure le riporta al passato manifestando, a loro e a chi guarda, l’amore che le lega, nonostante tutto.
Con stile sobrio ma al tempo stesso riconoscibile, Lelio ci regala due ritratti femminili straordinariamente umani. Ci svela i dubbi, le paure e i difetti dell’essere umano. Si parla di perdono e di trasgressione, dell’amore per Dio e di amicizia.
Non è solo una storia d’amore tra due donne, ma è anche, anzi soprattutto, una storia d’amore a tre. L’abbraccio tra Ronit, Esti e Dovid è destinato a rimanere nella nostra memoria.
E ci si chiede ma perché non è quella la scena finale?
Invece, senza troppo spoilerare, il finale è ambiguo e lascia più domande che risposte su quanto assistito nei precedenti cento minuti di visione. Il ritmo compassato e la narrazione relativamente scontata e prevedibile, possono a tratti sfiancare, e l’inettitudine di Etsi vi farà urterà parecchio. Per questi motivi il film, “è bello ma non balla”. Rimane nel limbo del “bella la fotografia grazie al magistrale direttore della fotografia Danny Cohen (Il discorso del re e Room). Emozionanti gli attori. Ritmo delicato e ben accentuata la sensibilità umana ma… bastava poco e poteva essere molto di più”

Boy Erased – Vite cancellate

 E’ un film del 2018 scritto e diretto da Joel Edgerton.
boyerased locandina
Locandina Boy Erased
Il film è basato sulla storia vera di Garrard Conley, raccontata nel suo libro di memorie Boy Erased: A Memoir. Protagonista del film è Lucas Hedges, affiancato dallo stesso Joel Edgerton, Nicole Kidman e Russell Crowe.
Il diciannovenne Jared, figlio di un pastore battista in una piccola cittadina dell’Arkansas, dopo aver fatto coming out con i genitori, viene costretto a partecipare ad una terapia di conversione dall’omosessualità, pena l’esilio dalla famiglia e dagli amici. Jared si scontrerà con il suo terapeuta Victor, che guida il programma di recupero chiamato “Love in Action“.
Anche Boy erased è stato presentato al Toronto International Film Festival ma quest’anno. Ed ha partecipato qualche giorno fa al Roma film fest, con l’applauso scrosciante. Fazzolettini che giravano di qua e di là per asciugare le tante lacrime.
Il tema è lo stesso. La difficoltà di accettare la propria omosessualità per l’impossibilità di farla conciliare con la propria dottrina religiosa. Anche qui un padre pastore. Che ogni domenica recita la messa. La difficoltà di poter trovare un punto d’incontro tra lui e la sua natura. Tra il padre e le sua rigidità, dettato tutto dal suo costrittivo dogma religioso.
Anche in questo film, come in Disobedience, viene accentuata l’attenzione sui personaggi, spesso anche qui inquadrati in primo piano. Disegnate le loro espressioni la loro mimica, basti pensare all’espressione di Nicole Kidman, la madre del protagonista, quando lo porta via dalla comunità e parla con lui al ristorante. Un momento toccante e profondo in cui è davvero difficile trattenere l’emozione.
nicole kidman
Nicole Kidman in una scena di Boy Erased
Ciò che invece eleva questo film ad un capolavoro e lo distingue da Disobedience, è la sua sceneggiatura che non lascia lacune.
Tutto è esplicitato, tutto viene condiviso a voce piena e questo permette allo spettatore di addentrarsi completamente nella storia. Ognuno di noi si sentirà Jared. Ognuno di noi ha dentro di se il bisogno assoluto di scegliere chi essere e urlare al mondo e a se stesso ciò di cui ha bisogno per essere felice.
Ed ecco l’urlo di una italiana media:  Amoreee e Cimemaaaa! Next
time.
L’ITALIANO MEDIO JOURNAL ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA PASSO DOPO PASSO QUI

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