football history
FOOTBALL PUB HISTORY
Rubrica di Lorenzo Calvani

Andrés Iniesta Luján. Il leader timido venuto dal paese. Un filo silenzioso che ha cambiato il calcio contemporaneo. Hombre de la historia de España. Il profilo di una generazione di fenomeni. La sesta essenza del balòn che non rotola, si diverte tra lunghi e brevi viaggi sfiorato dagli scarpini di un illusionista.

DON ANDRES INIESTA DE LA MANCHA

Parte da lontano il piccolo Andrès. Il piccolo fragile Andrès. Protetto da mamma e papà, nasce in un piccolo paese de La Mancha. In questi posti, come il cavaliere cervantesiano Don Chisciotte, sono abituati a combattere contro i mulini a vento.

La piccola Fuentalbilla, paesino di 2000 anime, è il quadro perfetto della Spagna agraria e in difficoltà economiche. Da qui non si scappa. Troppo lontani dalla capitale. Senza un Sancho che ti accompagni. Vita vista subito da vicino.

iniesta albacete
Il tesserino all’Albacete

L’introverso e fragile Andrès, piccolo di fisico, evade dalla monotonia manchana con una sfera tra i piedi. El Balòn. Gioca, gioca, gioca. Più bravo di tutti in famiglia. Papà Josè Antonio lo porta a vari provini e a 8 anni la piccola, ma importante, squadra dell’Albacete lo prende nelle giovanili.

Avanti e indietro. Più di due ore di macchina al giorno. Alla fine si farà a gara a portare al campo Andrès. E’ così bello vederlo allenarsi che l’ennesimo sforzo in famiglia viene appoggiato da tutti.

DA LA MANCHA ALLA MASIA: IL FRAGILE BIMBO D’ORO INIESTA

Mentre i tifosi spagnoli si godono Raul Gonzalez Blanco, fantasista del Real Madrid e della nazionale, in un campetto di Brunete, nella provincia autonoma di Madrid, si gioca un torneo infantil.
Brunete, massacrata dalla Guerra Civile, è estasiata da una pace di sensi. Ai cannoni e le mattanze del 1937 si sostituisce un tenero sapore che bacia le pupille, esalta l’odore dell’erba, fa sentire sulla pelle il vento della Mancha e i ricordi dei ’60.

Un piccolo e puro talento dimensiona il calcio in una di quelle arti figurative dove, nel mezzo, si insinua la letteratura. Il bambino dell’Albacete sembra un giocatore di Futsal in un campo da calcio. In Spagna parte la rivoluzione. Dopo Calderon de la Barca esisterà un nuovo Siglo de Oro.

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Iniesta arrivato alla cantera del Barcelona

In quel campetto, di questo prestigioso torneo giovanile, sono presenti tanti talent scout delle maggiori squadre spagnole. Il Barcelona si presenta subito dalla famiglia Iniesta. Fate fare le valigie al piccolo, tra una settimana lo vogliamo alla Masìa.

Quegli sforzi ripagati. Papà Iniesta che, nonostante il lavoro perso, continua a seguire il fragile e introverso Andresito. Ma Barcelona è distantissima da casa. Andrès alla Masìa, nonostante la scuola e gli allenamenti, passa più tempo a piangere che a parlare. Casa sembra dall’altra parte del mondo. Il tepore di Fuentalbilla e la campana di vetro di tutto il clan Iniesta mancano troppo.

INIESTA E IL BARCELONA: ES UN GENIO, ES UN ILUSIONISTA

Per tutte le grandi rivoluzioni c’è una generazione di persone che le caratterizzano. Danton  e Marat. Dylan, King, Marcuse. Oppure più semplicemente Piquè, Xavi, Puyol. Il cristallo Andrès arriva sotto l’ala protettrice di chi la Masìa la conosce bene. Guai a scuotere l’animo nobile, gentile e puro del piccolo venuto dalla Mancha.

Dopo aver giocato per due stagioni nel Barcellona B, esordisce a 18 anni con la prima squadra il 29 ottobre 2002 in Champions League contro il Club Brugge.

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ph. by Getty

Nella stagione 2003-2004 colleziona 11 presenze e una rete in Primera División. A partire dalla stagione successiva Rijkaard comincia ad impiegarlo con maggiore continuità, tanto da disputare 37 delle 38 partite di campionato, con 2 gol segnati, e risultando così il calciatore più presente della squadra. Nella stagione successiva, con l’infortunio di Xavi, diventa definitivamente titolare, affermandosi come uno dei migliori centrocampisti centrali del panorama mondiale e contribuendo ai successi nazionali e internazionali del Barcellona.

Con quella maglietta blaugrana rimarrà fino al 2018. 9 campionati spagnoli, 6 Coppe del Re, 7 Supercoppe spagnole, 4 Champions League, 3 Supercoppe UEFA e 3 Coppe del mondo per club. Un tatuaggio indelebile per la sua seconda casa.

INIESTA E LA SPAGNA: IL PAESE, LA TERRA E LE FURIE ROSSE

Andrès fa trasferire tutta la sua famiglia a Barcelona. Ora il malinconico, introverso e fragile Andresito ripaga. Ripagherà nella sua vita fuori e dentro il campo tutti. Primi fra tutti i genitori e la famiglia. Il Barça. Il suo allenatore preferito, la leggenda Pep Guardiola, che di lui dirà “Come giocatore mi ha fatto capire come si gioca il calcio”. Infine la Spagna. L’intera Spagna.

Nel suo paese dona soldi per progetti rivolti ai giovani ma non solo, te lo ritrovi a restaurare la chiesa del borgo. Nella sua terra ha aperto un’azienda vinicola, Bodega Iniesta, sogno di papà Josè Antonio, dando opportunià di  lavoro a tanti concittadini. Poi un’altra Spagna, quella totale, quella calcistica. La Spagna sempre troppo bella ma mai vincente.

Siamo al Soccer City di Johannesburg . La Spagna campione d’Europa, per la prima  volta nella sua storia, è arrivata in finale dei Mondiali di calcio e affronterà un altro cigno nero. L’Olanda.

iniesta spagna
Iniesta con la Spagna
ph.by Sport Fair

INIESTA: LA MIA SPAGNA, IL MIO DANI E LA MELA DI NEWTON

Iniesta, in quella rappresentativa, ha rischiato di non esserci. Un infortunio prima del mondiale sudafricano e il recupero a tempo record, grazie al massaggiatore del Barça, e suo personale, e al mental coach. Iniesta non è titolare dati gli acciacchi ma, dopo la prima partita con la sconfitta con la Svizzera, comincia a prendere per mano la squadra, la generazione d’oro, e si arriva in finale.

Prima della partita più importante della vita ha bisogno di essere carico. Con tutta la sua timidezza da leader silenzioso e presente, Don Andrès la notte prima del match guarda ripetutamente un video motivazionale del suo amato Pep Guardiola. Il video ripercorre le grandi vittorie e le grandi sconfitte del suo Barça.

I tifosi spagnoli non aspettano che la partita. La prima storica finale. Il giorno dell’era delle Furie Rosse.

Non tutti i tifosi sono eccitati nel vedere quella partita. C’è chi proprio non vorrebbe guardarla. Una moglie, una madre, una donna. A Jessica Alvarez , suo marito Dani Jarque, centrocampista dell’Espanyol e della selecciòn roja, è scomparso da qualche mese. Nel ritiro della squadra, a Firenze, ha deciso di chiudere gli occhi senza aspettare la nascita di Martina.

La partita comincia. Jessica fa avanti e indietro per la casa. Decide di vederla con un occhio solo. Fa troppo male.
Tutta l’altra Spagna soffre di calcio. 0-0 al primo tempo, 0-0 al secondo tempo. Supplementari e spettro dei rigori vicino.

Al 116esimo minuto un pallone scappa, Cesc Fabregas, anche lui giovane alla Masìa tanto tempo fa, lo raccoglie, lob. In area c’è El Ilusionista. Don Andrès Lujan Iniesta. “Ho aspettato che quel pallone scendesse in quel preciso momento a quel preciso posto, doveva farlo, era la mia mela di Newton”

La palla, scesa e controllata, viene scagliata in porta con una precisione chirurgica e una potenza inaudita. Lì. Dove il portierone orange Steekelenburg non potrà mai arrivarci, perchè la tecnica è stata assunta a scienza.

Gol di Iniesta. Spagna – Olanda

Gol. La Spagna ha segnato e Iniesta corre all’impazzata verso l’infinito, rincorso dai compagni. E’ pronto a ringraziare Dio, la famiglia, i compagni, gli sforzi, i silenzi, le lacrime della Masìa, Fuentealbilla, Guardiola, il pallone, la sua compagna, forse anche Newton.

A Barcelona. In quell’appartamento vuoto, riempito solo dalle urla della piccola Martina, Donna Jessica si lascia andare in un grido di gioia, poi, guardando Iniesta, si riappacifica col calcio, con il marito e con la morte.

Andrès Iniesta, l’uomo che ha ripagato sempre la fiducia di tutti, sempre primus inter pares ma mai Jefe, sta esultando per il gol più importante della sua carriera, in una Johannesburg che si tinge di rosso. La coppa di una vita  vicinissima. La Spagna è in delirio. E lui si sente meno solo.

dani jarque
La dedica a Dani Jarque nella finale dei mondiali.
DANI JARQUE SIEMPRE CON NOSOTROS

Don Andrès si alza la maglia. Non deve ringraziare nemmeno la mela per quel gol. Si toglie la camiseta roja e sotto, una dedica all’amico Dani Jarque. Come se quella squadra in Sudafrica avesse avuto un giocatore in più. Il più importante.

COME TE NESSUNO MAI

Dopo aver vinto 2 Europei e un Mondiale con la Spagna, nell’estate 2018 gioca con quella maglietta l’ultima partita nella massima competizione in Russia. Saluta anche il suo Barça e vola a giocare in Giappone con il Vissel Kobe.

Don Chisciotte ha battuto i mulini. Al suo ritiro se ne andrà la base del calcio contemporaneo. La croqueta porterà il suo nome. Gli occhi ritorneranno a brillare per un altro ragazzo timido e introverso, leader silenzioso, uomo immenso.

Grazie Don Andrès.

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